EX Filanda
Fino a metà del secolo scorso, Illasi ospitava una filanda della famiglia Perbellini, che dava lavoro a circa cento persone. Le donne si occupavano dell’allevamento dei bachi da seta e della filatura. Oggi, la filanda è diventata un condominio.
La filanda di Illasi (1873-1931): un viaggio nella storia della seta veronese
Fino a metà del secolo scorso, Illasi, un comune agricolo con poche attività industriali legate prevalentemente all’agricoltura, ospitava una grande filanda di proprietà della famiglia Perbellini. Questa realtà, situata sul torrente Prognolo, dava lavoro a circa un centinaio di persone, oltre a molte famiglie che allevavano bachi da seta a livello domestico. Questo lavoro era quasi esclusivamente femminile; le donne nutrivano i bachi con foglie di gelso, raccolte dai ragazzi, e coltivavano i bachi in casa su graticci. Dopo circa quaranta giorni, si formavano i bozzoli. Le donne utilizzavano un attrezzo, la “spelarina”, per rimuovere la parte esterna dei bozzoli bianchi, più pregiati, portandoli in filanda per ricevere un compenso. Qui, il lavoro era per lo più femminile, con ragazze divise tra la preparazione dei bozzoli e la filatura della seta. Negli anni ’50 del XX secolo, l’allevamento dei bachi è diminuito, e oggi la filanda è stata trasformata in un moderno condominio, ma la sua struttura e ciminiera ricordano il lavoro di un tempo.
Le radici della filanda: i fratelli Perbellini
Nel cuore della vallata d’Illasi, immersa in un paesaggio segnato da uliveti e vigneti, sorgeva un tempo una delle più importanti realtà industriali del territorio: la Filanda di Illasi.
Qui, attraverso un processo tanto affascinante quanto faticoso, venivano trasformati i bozzoli del baco da seta in filo grezzo (ogni bozzolo, con la sua delicata struttura, poteva generare fino a 8-9 metri di seta).
Fondata nel 1873, nel pieno sviluppo del settore serico veneto, la filanda fu una vera e propria novità in un contesto ancora profondamente legato all’agricoltura. Tuttavia, l’attività serica si intrecciava con il ciclo agricolo poiché nei mesi primaverili, le famiglie contadine allevavano i bachi da seta in casa per poi conferire i bozzoli alla filanda, e questo per le famiglie costituiva una piccola risorsa economica.
Un impianto costruito in una posizione strategica, vicino ai corsi d’acqua come il Prognolo (= un ramo del Progno, il torrente principale della vallata), che ancora oggi dà il nome alla via in cui sorgeva lo stabilimento.
A dare vita a questo progetto industriale furono Eugenio e Giacomo Perbellini, imprenditori veronesi che acquistarono e ampliarono un’abitazione settecentesca proprio per realizzare l’opificio. Fondamentale fu l’intervento del fratello, Don Luigi Perbellini, parroco di Illasi, che con lungimiranza e profondo spirito comunitario promosse la nascita della filanda per offrire nuove opportunità lavorative al territorio.
Oltre all’edificio principale, vennero realizzate delle case destinate alle operaie, molte delle quali arrivavano anche da fuori regione, come l’area di Cremona. Ancora oggi è possibile ammirare la struttura a schiera originale di questi alloggi, semplicemente passeggiando per via Domegiano.
La dura vita in filanda
Lavorare in filanda significava affrontare condizioni durissime, soprattutto per le giovani donne – molte tra i 12 e i 17 anni – che costituivano la maggioranza della forza lavoro.
Le condizioni lavorative si caratterizzano, oltre che per i bassi salari, per una situazione igienica piuttosto scadente e per estenuanti orari di lavoro. Le giornate di lavoro duravano spesso 10-12 ore e si svolgevano in ambienti caldi e umidi, tra il rumore assordante dei macchinari e l’odore pungente del “freschino”, sempre con mani screpolate e immerse in acqua bollente.
Le mansioni erano ripetitive e il lavoro monotono: si doveva seguire la seta mentre veniva filata, fare attenzione che non si spezzasse il filo e riparare eventuali guasti. Per far passare il tempo si cantava o pregava.
Nell’arco della giornata lavorativa la pausa era una sola, la pausa pranzo dalle 12 alle 13, e non era raro che qualcuna svenisse per la stanchezza o il caldo intenso vicino ai macchinari.
La pressione era costante e il padrone visitava lo stabilimento almeno una volta al giorno per verificare l’andamento del lavoro, mentre la padrona, seduta a metà sala con l’uncinetto tra le mani, controllava in silenzio, con una presenza discreta ma vigile.
Nel 1921-22, in un contesto ancora privo di reali tutele, le operaie della Filanda di Illasi ebbero il coraggio di organizzare uno sciopero per protestare contro i ritmi di lavoro estenuanti. Fu un gesto audace, che anticipò di anni l’arrivo delle prime leggi italiane in difesa dei diritti dei lavoratori.
E anche se, con l’inizio del novecento, i controlli degli ispettori del lavoro iniziavano a farsi presenti (segno di un sistema che stava lentamente cambiando) ogni errore veniva punito, non solo dai superiori ma anche dalle colleghe più esperte, le filere, responsabili della qualità del lavoro che non esitavano a punire gli errori delle più giovani con una secchiata d’acqua calda in faccia. Inoltre, se una lavorante arrivava in ritardo, tutte le altre erano costrette a compensare il tempo perso.
Nonostante i salari modesti, la filanda rappresentava per molte donne una delle poche fonti di reddito stabile e, seppur duramente conquistata, un’opportunità di emancipazione economica. Anche i bambini, spesso figli delle stesse lavoranti, venivano impiegati per pulire i macchinari, infilarsi negli spazi più angusti o svolgere compiti semplici.
I mestieri della seta: un’organizzazione rigorosa
All’interno della filanda, il lavoro era quasi interamente affidato alle donne, vere protagoniste di un complesso e meticoloso processo produttivo.
Le operaie, spesso giovanissime, tra i 12-17 anni, erano suddivise tra diverse mansioni, dalla preparazione dei bozzoli fino alla filatura del prezioso filo di seta.
La produzione si articolava in ambienti distinti, ognuno con una funzione specifica, in conformità con la struttura e l’organizzazione interna tipiche delle filande dell’epoca.
Essiccatoio: dove i bozzoli venivano essiccati per uccidere la crisalide all’interno e impedirle di rompere il filo durante la metamorfosi.
Sala macchine: Il cuore operativo della filanda, dove il rumore era costante e l’ambiente caldo e umido. In questa grande sala trovavano posto 72 fornelli alimentati a carbone disposti su due file, attorno ai quali le filere, con l’aiuto delle scoatine, estraevano la seta attraverso un processo delicato e complesso.
Camera della seta: Una zona più tranquilla e salubre, riservata a poche e selezionate operaie, che si occupavano della fase finale del processo: la selezione e la classificazione dei fili migliori. A loro spettava il compito delicato di valutare la qualità del prodotto finito, e dunque la destinazione del filato.
È importante sottolineare che nella filanda di Illasi non si tessevano tessuti: il lavoro si concludeva con la produzione delle matasse di seta grezza, destinate poi a stabilimenti più grandi, come quelli di Verona o Montorio, dove avveniva la tessitura.
Il lavoro era organizzato secondo una gerarchia ben definita, che permetteva alle lavoratrici di acquisire competenze specifiche e, con il tempo, di avanzare di ruolo. Nella tradizionale lavorazione della seta, la “scoatina” era una giovane operaia, spesso una bambina, incaricata di immergere i bozzoli in acqua calda e di liberare con delicatezza il capofilo, ovvero l’estremità del filo di seta. Dopo questa fase iniziale, la filera, donna più esperta, prendeva in consegna i capofili di diversi bozzoli (5-6), unendoli e filandoli per ottenere un filo continuo di seta grezza che poi avvolgevano per formare delle matasse. Ogni matassa era numerata con il numero assegnato alla filera, per garantire qualità e responsabilità.
Entrambi i ruoli richiedevano grande attenzione e manualità e rappresentavano tappe fondamentali nel processo artigianale della trattura della seta.
Accanto alla forza lavoro femminile, operavano anche 3 o 4 uomini, incaricati di sovrintendere al corretto funzionamento degli impianti. Tra questi, spiccano i nomi di Stefano Bonamini, macchinista in servizio per oltre vent’anni, e Silvio Dal Colle, entrambi patentati e altamente specializzati. Erano affiancati da due fuochisti, addetti all’alimentazione costante della grande caldaia che forniva calore alla filanda.
Complessivamente la filanda dava lavoro a circa un centinaio di persone. Tra loro si ricordano con certezza figure come Teresa Olivieri, Enrica Madinelli, Augusta Solfa, Pia Carlotta Zangrandi, Ottavia Germani Taglia, Giuseppina Germani, Anna Verzini e Rosa Gozzo.
Declino e rinascita: la nuova vita della Filanda
Dopo quasi sessant’anni di attività, la filanda chiuse nel 1931, colpita dalla crisi del mercato serico: la concorrenza estera, l’introduzione delle fibre sintetiche e il crollo dei prezzi misero in ginocchio l’intero settore.
Negli anni ’90, si testimonia l’edificio come ormai in rovina: vetri rotti, muri crepati, la vegetazione che ne inghiottiva lentamente le forme.
Venne poi venduto dagli ultimi proprietari, Eugenio e Fausta.
Oggi la filanda non è più una fabbrica, ma un condominio residenziale risultato di un’attenta ristrutturazione che ha valorizzato e conservato gli elementi caratteristici dell’architettura industriale originale come le grandi finestre, il terrazzo, la maestosa ciminiera apparentemente cadente che originariamente fu costruita con un’inclinazione studiata per resistere ai venti.
L’edificio è stato riconosciuto come bene culturale di interesse storico-architettonico, ed è censito nel Sistema Informativo Unificato per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale Italiano (S.I.U.P.I.).
Un esempio virtuoso di memoria storica che vive ancora nel paesaggio e nella comunità locale.
